A cura di Mirko Cervelli
Quali sono oggi le priorità del calcio dilettantistico italiano? Più risorse economiche oppure condizioni che permettano alle società di lavorare meglio? È attorno a questo interrogativo che si è sviluppato l’intervento del presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Giancarlo Abete, durante “La Notte dei Calendari”, l’appuntamento che ha inaugurato ufficialmente la stagione 2026-2027 del calcio dilettantistico umbro.
Nel delineare il quadro del movimento, Abete ha richiamato alcuni dati che fotografano la dimensione della LND: circa 12.000 società affiliate, 1,1 milioni di tesserati e oltre 580.000 gare ufficiali organizzate ogni anno. Numeri che raccontano un sistema capillare, presente in tutto il territorio nazionale, e che pongono una domanda inevitabile: un movimento così esteso riesce ad avere un peso adeguato quando si discutono le riforme del calcio italiano?
Secondo il presidente della LND, il sostegno alle società non può essere affidato esclusivamente ai contributi economici. Anche stanziamenti importanti, se ripartiti tra migliaia di club, rischiano infatti di avere un impatto limitato. Per questo Abete ha indicato come priorità la semplificazione amministrativa, servizi più efficienti e una riduzione degli oneri burocratici che gravano quotidianamente sui dirigenti.
Una considerazione che apre un tema più ampio. Se gran parte delle società dilettantistiche vive grazie all’impegno di volontari e dirigenti che dedicano il proprio tempo libero allo sport, quanto inciderebbe una macchina amministrativa più snella sulla qualità dell’attività svolta? Forse il vero investimento non è soltanto economico, ma organizzativo.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla formazione dei giovani. Abete ha riconosciuto che è in corso una riflessione, anche a livello governativo, sugli effetti dell’abolizione del vincolo sportivo, osservando come un rapporto di uno o due anni tra atleta e società possa risultare troppo breve per valorizzare il lavoro dei vivai.
Da qui la proposta di rafforzare i premi di formazione. Chi investe nella crescita di un ragazzo, offrendo tecnici, strutture, organizzazione e opportunità sportive, dovrebbe poter ricevere un riconoscimento più significativo nel momento in cui il giovane prosegue il proprio percorso altrove.
Il tema solleva un’altra questione destinata a far discutere. Come possono le società continuare a investire nei settori giovanili se non vedono riconosciuto il valore del percorso formativo costruito negli anni? Il rischio, in prospettiva, è che venga meno uno dei principali motori del calcio di base, proprio quello che alimenta l’intero movimento.
Sul possibile equilibrio tra libertà dei tesserati e tutela delle società, Abete ha ricordato anche la possibilità di ricorrere ai contratti pluriennali, sempre nel rispetto della natura dilettantistica dell’attività. Uno strumento che, insieme a un sistema più efficace di premi di formazione, potrebbe rappresentare una risposta concreta alle esigenze dei club.
Le considerazioni del presidente della Lega Nazionale Dilettanti lasciano infine una riflessione destinata ad accompagnare il dibattito dei prossimi mesi. Il futuro del calcio di base dipenderà soltanto dalle risorse economiche disponibili oppure dalla capacità di costruire un sistema più semplice, meno burocratico e capace di valorizzare il lavoro delle società? Perché è proprio nei vivai e nell’attività quotidiana dei club che continua a crescere il patrimonio più importante del calcio italiano.




